Via i semafori dalle etichette: procedura di infrazione UE contro il Regno Unito

  • 13 Febbraio 2015

L’azione era dovuta. Diversi paesi si erano infatti da tempo opposti al sistema britannico, che rischiava di “discriminare” su basi scientifiche del tutto discutibili e poco solide intere categorie di alimenti tradizionalmente alla base delle diete (inclusa la ben salubre dieta mediterranea).

L’Italia era stata uno dei paesi più attivi nel mettere alla berlina tali informazioni volontarie, apparentemente ammesse a norma dell’articolo 35 del regolamento (UE) 1169/2011, sull’Informazione Alimentare ai Consumatori. La Commissione Europea aveva risposto nel merito alle critiche sollevate dall’Italia nell’ottobre 2013: rigettando imputazioni formali circa la violazione dei trattati europei, ma riservandosi di “osservare” il più concreto funzionamento del mercato alimentare per verificare eventuali discriminazioni nei confronti degli alimenti italiani.

Lo schema inglese, esistente da diversi anni, era stato però formalmente notificato in Europa da parte del Dipartimento della Salute inglese dello scorso 19 giugno 2013. Da quel momento in poi, il “Traffic Light” (“semaforo”) è diventato qualcosa di più che un semplice schema volontario. Con l’avvallo infatti delle autorità preposte alla salute pubblica, e con una reale armonizzazione commerciale, la nuova etichetta è diventata presto un benchmark in grado di orientare il dibattito in Europa.

La procedura di infrazione

La Commissione europea ha deciso di aprire una procedura d’infrazione contro il governo britannico, per l’introduzione di un sistema di etichettatura a ‘semaforo’ sugli alimenti. A quanto si é appreso, Bruxelles ha dato il via libera all’invio a Londra di una lettera di messa in mora”, stando alla nota di ANSA.

Del tutto interessante osservare che non si contesta la volontà di informare e proteggere i consumatori inglesi, ma la modalità- il “rosso”, che suggerisce che certi alimenti non sono salubri, e non che devono essere consumati con moderazione.La psicologia comportamentale e il “nudging” entrano a pieno titolo nell’arena legislativa: come rispondono i consumatori a determinati stimoli ambientali? Sono in grado di migliorare le proprie scelte? Che evidenze vi sono in merito? La risposta data dai commissari UE è negativa: il “rosso” è “rosso”.

Già: studi della Cornell University rivelano che i consumatori attribuiscono universalmente al rosso una connotazione di pericolo. Lo studio, condotto sul consumo delle patatine fritte convenzionali rispetto a patatine di colore rosso, poteva valere anche per altri alimenti. Chi mangia rosso, mangia meno.Se quindi l’effetto di riduzione dei consumi è quello atteso, il messaggio è sbagliato, sostiene la Commissione: si demonizza il cibo. Ma vi è di più. Non è assolutamente detto che gli effetti attesi siano …. solo in questa direzione.

Effetti non attesiSecondo un ben noto studio, osservando gli USA (che hanno obbligo di etichetta nutrizionale dal 1990, dal 1973 avendola volontaria), nei 24 anni successivi all’introduzione dell’obbligo i tassi di obesità sono cresciuti dal 14,5% al 30,1%.  Un altro studio del 2013, avrebbe sottolineato che in presenza di indicazioni come “a basso contenuto di grassi” o “a basso contenuto di calorie” (simili agli orientamenti del Semaforo inglese dove corrisponderebbero a tanti bollini di colore verde) i consumatori sarebbero propensi ad aumentare la razione media. Con effetti esattamente contrari a quelli preventivati. Insomma: o il traffic light è dannoso oppure inutile: con effetti di salute pubblica discutibili.In contropiede

La procedura di infrazione arriva proprio dopo che Coca Cola i giorni scorsi aveva deciso di abbandonare lo storico sistema delle GDA, per adottare il Traffic Light. In un comunicato ufficiale si legge infatti:“Coca Cola ha annunciato di trasformare le proprie indicazioni nutrizionali “Guideline on Daily Amount” (GDA) per includere la colorazione come proposto dal piano governativo Public Health Responsability Deal, di cui Coca Cola è firmataria”.

Coca Cola aveva precisato che tale mossa riguardava solo il Regno Unito e non altri paesi UE.  Pepsi Cola aveva già iniziato a usare tale schema, l’anno scorso.In base a osservatori indipendenti, il “semaforo inglese” sarebbe in grado di restituire una immagine poi non così negativa della bibita.  Infatti, a fronte di un rosso per gli zuccheri, vi sarebbero due verdi per il sale ed i grassi, mentre le versioni “Diet”, con dolcificanti artificiali, otterrebbero 3 bollini verdi, addirittura.

Ma non solo Coca Cola: Spar infatti si starebbe dando da fare, in questi giorni, sia per aumentare il numero di referenze etichettate in accordo allo schema a semaforo (oltre 200); sia per aumentare i prodotti riformulati, in grado di ottenere punteggi migliori.  Insomma, c’è chi scommette sui tempi lunghi della procedura di infrazione: che potrebbe richiedere diversi anni di contenzioso.I prossimi passaggi

Le autorità inglesi avranno due mesi di tempo per obiettare e fare rilievi alle osservazioni della Commissione, secondo una linea difensiva almeno in parte nota. Le autorità britanniche avevano già risposto che lo schema era rispettoso della normativa. Che lo schema nutrizionale era stato adottato dopo consultazione pubblica, studi scientifici circa una corretta comprensione dei consumatori, e soprattutto, garantita la libertà delle imprese di usarlo o meno (volontarietà). Inoltre il Regno Unito si è difeso sostenendo che tale schema non rappresenta un messaggio nutrizionale (health claim) bensì ed in accordo con il considerando 46 del Regoolamento “Food Information to Consumers”, vada considerato come una dichiarazione nutrizionale.Dopo di che, serviranno almeno due o tre anni per arrivare ad una possibile composizione. Mentre la Commissione Europea dovrà valutare, entro il 2017, e a norma del regolamento 1169, gli schemi di informazione nutrizionale volontaria posti in essere a livello nazionale, nel loro impatto e capacità di migliorare i consumi, e nel caso, per operazioni di ricezione delle best practices a livello UE.

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