Etichette, made in Italy e diciture: cosa ne sanno gli italiani? Un’indagine Granarolo si evidenziano dubbi e confusione

  • 16 Novembre 2015

Etichette, made in Italy, materie prime. Cosa ne sanno gli italiani e quanto interesse racchiude questo tema? Granarolo ne ha intervistati poco più di mille, equidistribuiti tra nord, centro e sud Italia. Dall’ analisi si è visto che la metà degli intervistati non sa cosa significhi precisamente “Made in Italy” per quanto riguarda il settore alimentare poiché confonde il concetto di materie prime (il 30% crede che anche queste siano italiane) e produzione.
La confusione va tutta a vantaggio dei produttori, visto che il 96% degli intervistati (praticamente tutti) ritiene importante che un prodotto sia realizzato con materie prime italiane ed è disposto a spendere fino al 73% in più per averlo
Sul tema delle etichette, gli italiani sono convinti che le informazioni contenute siano fondamentali, ma solo il 18% di loro la legge integralmente, mentre il 63% si limita a consultare la data di scadenza. La metà del campione controlla gli ingredienti, la provenienza (49%) e l’eventuale presenza di sostanze dannose alla salute (37%). La quasi totalità degli intervistati vuole che la filiera agroalimentare sia controllata e un terzo del campione si rivolge alle Associazioni di consumatori in caso di cibo avariato
Una percentuale importante, pari al 48%, considera le etichette poco chiare, scritte con caratteri tipografici piccoli e difficili da comprendere. “Il 95% degli intervistati è a conoscenza del significato di almeno una delle più comuni certificazioni europee indicate in materia di prodotti agroalimentari (D.O.P., D.O.C., I.G.T., D.O.C.G.), ma quando viene chiesto di specificarne meglio la differenza, gli intervistati entrano in difficoltà. L’unica sigla davvero chiara sembra essere la DOC del vino”.
Infine, “solo metà dei consumatori conosce la differenza tra la data di scadenza e il termine minimo di conservazione (superato tale termine si modificano alcune caratteristiche organolettiche e nutrizionali ma il prodotto può ancora essere consumato senza rischi”)

Fonte: Il Fatto Alimentare