25 polli su 40 contaminati da batteri resistenti agli antibiotici (Cefalosporine)

  • 13 settembre 2016

Quanti polli venduti in supermercati e macellerie sono contaminati da batteri resistenti agli antibiotici? Altroconsumo ha provato a rispondere a questa domanda, con un’inchiesta in 20 punti vendita situati a Roma e Milano. Su 40 petti di pollo acquistati, 25 sono risultati contaminati da Escherichia Coli resistente a diversi antibiotici utilizzati per curare infezioni alle vie urinarie che colpiscono l’uomo. Premesso che è assolutamente normale trovare sulla carne di pollo come di altri alimenti una quantità elevata di batteri, come l’Escherichia Coli, è altrettanto vero che questi microrganismi non sono considerati pericolosi anche perché vengono eliminati con la cottura. Il problema non riguarda tanto il petto di pollo che quando è cotto viene mangiato senza problemi, quanto la possibilità che i batteri resistenti si diffondano nell’ambiente domestico fino ad arrivare all’uomo. In questo caso si parla di resistenza agli antibiotici è il problema assume un carattere sanitario ben più ampio e serio. Altroconsumo ha verificato la presenza in molti campioni di carne di pollo ( 25 su 40) di batteri resistenti agli antibiotici della classe delle cefalosporine, farmaci battericidi simili, ma meno potenti, alle penicilline e per questo difficilmente utilizzati come terapia di prima scelta. La notizia buona è che Altroconsumo non ha trovato microrganismi resistenti ai Carbapenemi, antibiotici importanti perché ultima spiaggia per infezioni piuttosto serie.

La resistenza agli antibiotici è una caratteristica che i batteri possono acquisire quando sono a contatto con i farmaci a causa di una mutazione casuale nel Dna. Il risultato finale è che il microorganismo risulta insensibile al farmaco. Questa caratteristica viene trasmessa alla progenie, dando origine a ceppi resistenti, che si diffondono nel cibo e nell’ambiente. Inoltre, la resistenza agli antibiotici può essere trasmessa anche ad altre specie batteriche attraverso scambi di materiale genetico, che si verificano comunemente da un microorganismo all’altro. Il problema riguarda tutti i paesi. La rivista ha condotto analoghe indagini in Belgio, Spagna e Portogallo dove sono stati trovati rispettivamente il 76, l’83 e l’85% di polli contaminati con batteri resistenti. Per quanto riguarda invece i residui di antibiotici nella carne le analisi hanno dato esito negativo. Questo però non deve far pensare che gli antibiotici non siano stati utilizzati. La norma prevede che dopo il trattamento debbano trascorrere alcuni giorni per permettere al farmaco di essere metabolizzato e solo dopo questo lasso di tempo i polli possono essere macellati. L’inchiesta infine valuta anche un terzo parametro: l’igiene. In 4 casi è stato trovato Escherichia Coli in quantità elevate tali da essere un problema; a Roma tre campioni erano contaminati addirittura con Salmonella. La presenza di altri batteri molto pericolosi come Campylobacter e Listeria è stata rilevata in pochi campioni e in quantità molto basse e questo aspetto indica un discreto livello di pulizia e igiene nella fase di macellazione. Per questo è fondamentale trattare correttamente il pollo in cucina quando si prepara: non lavarlo per evitare che i batteri si diffondano nel lavandino attraverso l’acqua, cuocerlo bene ad alte temperature, non mischiare carne cruda e cotta, lavare le mani e tutti gli utensili e i ripiani con sapone e acqua calda dopo aver manipolato il pollo crudo, non far entrare in contatto la carne cruda con verdura o altri alimenti. Dopo l’inchiesta di Altroconsumo, Unaitalia ha diffuso un comunicato in cui precisa qual è il ruolo del settore avicolo nella lotta all’antibiotico-resistenza nel nostro paese e annuncia di avere avviato, d’intesa con il Ministero della Salute, un piano volontario di riduzione dell’impiego di antibiotici. Secondo Unaitalia, nel 2015 il consumo di antibiotici negli allevamenti avicoli è stato ridotto del 39,95% rispetto al 2011. L’obiettivo del piano era di diminuire del 15% l’uso di antibiotici entro il 2015 e di arrivare a meno 40% nel 2018. Obiettivo raggiunto con tre anni di anticipo.

Fonte: Il Fatto Alimentare